Archivio per March, 2008
Augmentin in gravidanza
DOMANDA: FF/3F19299
Ho assunto Augumentin per problemi ai denti ora mi sono accorta di
essere incinta ci sono problemi per il feto?
RISPOSTA:
Non ci sono problemi, può stare tranquilla.
Fonte: www.paginemediche.it
http://www.policlinicogemelli
Dal “Fermento” di Cava dei Tirreni…
“Non uccidere”. Sappiamo che i comandamenti espressi in forma negativa non ammettono l’epicheia, cioè sospensioni, eccezioni. Nessuno può uccidere nessuno. Eppure ogni anno in Italia 30/40.000 bambini, perfettamente sani, vengono abortiti solo perché sospettati di non esserlo! Alcune migliaia sono uccisi - nemmeno fossero stati colpiti da una bomba atomica - perché hanno assunto una dose di qualche decimillesimo di rad (unità di misura delle radiazioni ionizzanti), una quantità, cioè, decine di migliaia di volte inferiore di quella che potrebbe danneggiarlo di 5 rad, in seguito ad indagini radiodiagnostiche delle loro madri. Qualche migliaio a causa banali infezioni materne, curabili senza alcun danno per le madri e per essi.
Chi ne uccide di più, più dell’80%, però, è il “bugiardino”, che non è l’altro nome di Pierino, ma il termine con cui viene anche chiamato il foglietto illustrativo dei farmaci in gergo medico. Di quasi tutti i farmaci questo dice che sono controindicati e pericolosi in gravidanza, mettendosi contro il Ministero della Salute che nell’Opuscolo “Pensiamo alla Salute” del 2004 a pag. 45, parlando dei farmaci in gravidanza, dice: “I farmaci realmente pericolosi sono pochi.
Quelli che potrebbero esserlo non è detto che provochino danni al bambino…” e gettando, purtroppo, nello sconforto e nella disperazione decine di migliaia di mamme, che hanno assunto quel farmaco o quei farmaci senza sapere si essere incinte. Esse, quando leggono sul “bugiardino” che il farmaco è “Controindicato, pericoloso in gravidanza”, in genere vanno a chiedere al loro medico se il bambino può aver subito dei danni oppure no, alla risposta incerta di costui che si limita ad affermare che può anche non aver subito alcun danno, queste in cerca di sicurezza lo incalzano e gli dicono : “Ma mi può assicurare al 100% che il bambino è sano”? Essi a causa del rischio riproduttivo di base, cioè della probabilità naturale che ogni donna ha di partorire un figlio con qualche handicap, e per il timore di grane medico-legali, sono costretti a dire di no, che non glielo possono assicurare. Le donne allora nella stragrande maggioranza dei casi, ad eccezione di quelle molto motivate religiosamente o moralmente, angosciate dal pensiero che il figlio possa nascere magari senza braccia o con un braccio più corto e l’altro più lungo, vanno ad abortire. E abortiscono anche donne sposate che aspettano da anni il primo figlio! Il terrore che incute loro “il bugiardino” è così grande ed atroce, che molte di loro perdono finanche la capacità di intendere e di volere. A questo punto in molti si chiederanno: ma c’è un sistema, un modo per porre fine all’olocausto di decine di migliaia di bambini attuato dal “bugiardino”, cioè dalla deresponsabilizzazione medico-legale da parte delle case farmaceutiche e dei medici e a volte da deplorevole, colpevole ignoranza di questi?
L’unico rimedio, l’unico antidoto scoperto finora contro di esso e le sue nefaste conseguenze è…la verità, cioè un’informazione precisa e corretta sui reali rischi di malformazione che corre l’embrione per l’assunzione da parte della madre di uno o più farmaci, in quella dose, in quel dato periodo della gravidanza, sul vero effetto su di lui delle radiazioni ionizzanti, ecc. Occorre che vi sia qualcuno che sappia chiarire tutti i dubbi e risolvere tutte le paure, che assalgono la donna, la coppia, il medico, il farmacista, l’assistente sociale ecc., che sappia qualificare e quantificare il tipo di rischio, che sappia dire se quei farmaci, assunti in quella determinata fase della gravidanza, producano oppure no malformazione, quale e con quale probabilità. Un ignorante in questo campo, fosse anche uno scienziato o una celebrità in altri, non può fare niente.
Uno dei pochi in Italia che sa, che non è un ignorante in materia e che è in grado di dare informazioni precise e corrette in modo da chiarire dubbi e paure è il Telefono Rosso.
Cos’è il Telefono Rosso?
Il Telefono Rosso è un servizio di consulenza medica, gratuita, fondato nel 1988 presso il policlinico universitario “A. Gemelli” di Roma con la duplice finalità di prevenzione delle anomalie congenite e di informazione sui fattori di rischio riproduttivo. Dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle 13 medici specialisti in Ostetricia e Ginecologia con particolari competenze nel campo della Medicina Prenatale e della Teratologia Clinica rispondono a chi chiama allo 06 3050077 per avere informazioni precise e corrette:
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su eventuali rischi di malformazione del feto per assunzione di farmaci, esposizione a radiazioni ionizzanti ed agenti chimici, malattie materne, indagini diagnostiche e per altri problemi della gravidanza;
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su come programmare ed evitare rischi in gravidanza quando si è ancora in fase preconcezionale;
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su come curarsi in gravidanza;
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in allattamento, qualora si renda necessaria l’assunzione di un farmaco.
Le informazioni vengono fornite, al costo della sola telefonata, a chiunque ne faccia richiesta: donna, coppia, personale sanitario o parasanitario.
La prevenzione di malformazioni ed anomalie congenite si attua essenzialmente in due modi:
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cercando di scoprire ogni fattore che può far sorgere o aumentare un rischio teratogeno (malformazione del feto), al fine di evitarlo;
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trovando rimedi e terapie al fine di eliminare o diminuire i rischi di difetti congeniti, suggerendo, ad esempio, l’assunzione dell’acido folico alle donne nei primi mesi di gravidanza per evitare il rischio della spina bifida.
Il Telefono Rosso non è nato, dunque, per salvare i bambini dall’aborto, ma solo per farli nascere sani, tutelando nel contempo la salute delle loro mamme. L’effetto salvezza dall’aborto si è scoperto in tutti questi anni consulenza dopo consulenza (sono decine di migliaia). Il Telefono Rosso, in altre parole, si comporta come quella medicina che, creata per curare una certa malattia, si scopre essere efficacissima anche per un’altra patologia magari più grave di quella per cui era stato inventata, prodotta e commercializzata.
Nel 99% delle donne, già indirizzate all’aborto da operatori sanitari, che chiamano al Telefono Rosso, non si riscontra, infatti, nessun aumento del rischio riproduttivo di base. La stragrande maggioranza di queste poi prosegue la gravidanza. (Il resto purtroppo non riesce a togliersi dalla testa le paure e i dubbi, generati dalla precedente informazione sbagliata.) Dal momento poi che in Italia il 20% di tutti gli aborti, legali e clandestini sono effettuati per ragioni eugenetiche, il Telefono Rosso, evitando il 99% di questi aborti, può salvare, dunque, ogni anno 30/40.000 bambini dalla morte.
In attesa che il Ministero della Salute si decida a trovare una qualche buona soluzione a questa pilatesca, omicida deresponsabilizzazione di case farmaceutiche e di medici è necessario ridurre il più possibile il male da essa causato e, quindi, far conoscere e diffondere il Telefono Rosso. Esso va fatto conoscere soprattutto aai medici di base, ginecologi e consultori, poi agli psichiatri (la maggioranza relative delle donne che abortiscono per ragioni eugenetiche lo fanno perché hanno assunto psicofarmaci senza sapere di essere incinte), a farmacie, laboratori analisi, studi di radiologia e ad altri medici specialisti.
Depliant, locandine e manifesti del Telefono Rosso si possono richiedere all’Associazione Gravidanza Felice
Strada Garibaldi, 25/b
84078 VALLO DELLA LUCANIA (SA)
TEL. 0974 4554 (ore 11 – 13 dal lun. al ven.)
e-mail info@gravidanzafelice.com
oppure si possono scaricare gratis, citando la fonte, dal sito web www.gravidanzafelice.com e si possono anche stampare e diffondere
Che cos’è il Telefono Rosso?
Il Telefono Rosso è un servizio di consulenza medica sui fattori di rischio riproduttivo, fondato presso il Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” nel 1988.
Dal 24 gennaio 2000 è parte integrante dell’Istituto di Clinica Ostetrica e Ginecologica, Dipartimento per la Tutela della Salute della Donna e della Vita Nascente di tale policlinico, dove è attivo dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 13.00
Gratuitamente al costo della sola telefonata fornisce consulenze altamente specialistiche in fase preconcezionale, in gravidanza o durante l’allattamento a chiunque ne faccia richiesta: donna, coppia, personale sanitario o parasanitario. In particolare fornisce informazioni circa i rischi materno-fetali in caso di assunzione di farmaci, esposizione a radiazioni ionizzanti ed agenti chimici, infezioni e patologie materne o per altri problemi della gravidanza.
Tratto da: “Cronache Cilentane”, numero 2 del 2006
Ma perché un’informazione scientifica, precisa e corretta sui fattori di rischio riproduttivo può salvare il Cilento e l’Italia intera? Li salva poi da che cosa?
Li salva dalla scomparsa a causa del collasso demografico, che ormai terrorizza tutti, ivi compresi i politici, che negli ultimi governi stanno tentando di limitarlo con aiuti economici: sussidi per madri non lavoratrici, per i tre figli, bonus, deduzioni fiscali, aiuti per asili nido ed il tentativo, ancora non riuscito, nonostante campagne di stampa e multe miliardarie di far abbassare il costo del latte artificiale (una mamma italiana spende in media per lo stesso latte 3 o 4 volte in più rispetto alle altre mamme europee). Continua..
Da “Il Foglio” di venerdì 14 marzo 2008____________________
L’ABORTO E LE SUE CAUSE (SCONOSCIUTE)
A Modena un medico ha fatto la domanda che non trovate in nessuna statistica: perché? Ecco i dati.
Quali sono le reali motivazioni che spingono una donna ad abortire? A questa domanda non rispondono le statistiche disponibili presso il Ministero della Salute. A questa domanda ha provato a rispondere lo studio condotto dal dott. Matteo Crotti, ginecologo di Modena. Con un questionario distribuito alle donne ricoverate per eseguire l’interruzione di gravidanza presso il Policlinico di Modena nel periodo compreso tra giugno 2004 e luglio 2006, Crotti ha raccolto ed elaborato dati che nessuna ricerca sull’argomento aveva preso in considerazione. I risultati che emergono mostrano in molti casi la presenza di motivazioni non legate allo stato di salute, palesano come l’IVG sia spesso utilizzata come strumento di “pianificazione familiare”e in diverse situazioni ripetuto diverse volte. Oltre due anni di lavoro,un campione di 985 donne, di cui 870 hanno compilato il questionario. Partendo dal fatto che non esistono studi recenti in letteratura in grado di delineare in modo preciso il reale percorso che compie la donna che decide di interrompere la gravidanza” e “ che mancano dati relativi alla corretta applicazione di tutti gli articoli della legge” Crotti ha deciso di intraprendere questo studio “con l’intenzione di fornire dati statisticamente accettabili che possano fare un po’ di chiarezza su questo fenomeno tanto drammatico quanto sconosciuto”. “Convinti che i tempi degli acerrimi scontri sull’interruzione di gravidanza – si legge nell’introduzione – siano sufficientemente lontani per poter intavolare un confronto equilibrato e sereno su tale tematica, confidiamo che il nostro studio possa aggiungere informazioni utili per una sempre migliore tutela della maternità”.
Quella di Matteo Crotti è una ricerca quasi unica nel suo genere: il Ministero della Salute non ha mai condotto studi simili né è in possesso di statistiche come quelle citate nella ricerca modenese, utili invece per capire più a fondo le reali motivazioni che spingono le donne ad abortire, soprattutto in relazione a quanto la legge 194/78 vieta e permette: il ministero infatti pubblica annualmente soltanto i dati delle schede Istat che vengono compilate quando si effettua una Ivg e che riguardano nazionalità, età,numero di aborti effettuati in precedenza e il grado di scolarità della paziente. Non esistono dati che riguardano le motivazioni per cui si sceglie di abortire.
L’abbrivio dello studio è stato dato dall’analisi dell’andamento dei casi di aborto dall’approvazione della legge 194, avvenuta trent’anni fa, ad oggi: a livello nazionale si desume dalle statistiche, “si è registrato un incremento delle interruzioni raggiungendo l’apice del fenomeno nel 1982 con un numero complessivo di Ivg di 234.801. Da quell’anno si è registrata, poi, una continua flessione del fenomeno”. Nel 2001 ci sono state 132.234 aborti e da allora il numero non è più variato in modo significativo. Merita attenzione il numero di interruzioni volontarie di gravidanza effettuate da donne non comunitarie (in questo caso si sono considerati solo i numeri della Regione Emilia Romagna): nel giro di dieci anni esse sono infatti passate da una percentuale dell’8,1 per cento del totale al 33,5 per cento nel 2003. Nel Policlinico di Modena, clinica ospedaliera in cui lo studio Crotti è avvenuto, si è registrato un incremento delle pazienti extracomunitarie fino al 54 per cento. Da queste premesse è partita la ricerca.
Un metodo di pianificazione familiare
Il questionario consegnato alle pazienti – “nel rispetto della privacy, della libertà di scelta e con l’astensione da qualsiasi giudizio etico”- era costituito da venticinque domande a scelta multipla sottoposto da parte di tre allieva ostetriche a ciascuna donna ricoverata. La ricerca si è soffermata su differenze e analogie tra donne italiane ed extracomunitarie. Il primo gruppo delle domande poste riguardavano: l’età; il numero di gravidanze precedenti; il numero di figli viventi; il livello di istruzione; la professione ed il tipo di contratto lavorativo della paziente; la buona o cattiva condizione abitativa; se la donna avesse o meno una relazione stabile con un partner; se fosse convivente, coniugata o fidanzata; se fosse a conoscenza dell’esistenza dei consultori e se ci fosse mai andata; se nell’ultimo anno si fosse sottoposta ad una visita ginecologica privata o presso un consultorio; se chi aveva compilato il loro certificato per abortire fosse stato un medico privato, di fiducia o un consultorio; se la donna fosse alla prima Ivg; se negli ultime sei mesi avesse fatto uso di contraccettivi e in caso di risposta affermativa di quali; se la gravidanza fosse una conseguenza del fallimento di tali contraccettivi; se avesse mai assunto la pillola del giorno dopo; se fosse a conoscenza di come funziona un intervento di Ivg e da chi l’avesse saputo; se conoscesse il grado di sviluppo dell’embrione al momento dell’aborto e avesse visto immagini ecografiche; se la sua scelta fosse libera o obbligata.
Da questo primo blocco di domande è emerso innanzitutto come meno della metà delle extracomunitarie avesse eseguito il controllo annuale dal ginecologo a fronte del 72 per cento delle italiane. Un dato molto rilevante è nel numero delle italiane alla prima interruzione di gravidanza.: l’80 per cento contro il quasi 50 delle non comunitarie. Significativa la relazione, per le donne italiane, tra “la tendenza a reiterare l’interruzione di gravidanza, la scarsa condizione abitativa e la precaria condizione lavorativa”. La conclusione è che “la propensione a fare più aborti sia dovuta a un fattore socio-economico” dice Crotti. “Recidive” si sono rivelate le pazienti con relazione non stabile o con più figli. “Di fronte a pazienti con queste caratteristiche – conclude in questa parte lo studio – bisognerebbe quindi porre particolare attenzione da parte dei ginecologi nell’opera di prevenzione dell’Ivg.” Il fatto che l’aborto sia utilizzato come “metodo di pianificazione familiare” è maggiormente presente nelle donne non comunitarie, così come queste ultime tendenzialmente ricevono informazione più sommarie sul tipo di intervento cui scogliono sottoporsi: il 20 per cento addirittura ha abortito senza avere nessuna informazione.
I motivi economici
La seconda parte del questionario verteva sulle motivazioni che hanno spinto le donne alla scelta di interrompere la gravidanza. Crotti ha notare come “sono emerse alcune contraddizioni tra le risposte riportate relative alle motivazione ed altre risposte a domande inerenti temi simili”. Leggendo nel dettaglio si scopre così che il 61 per cento delle italiane e il 74 per cento delle extracomunitarie avevano la percezione che la gravidanza peggiorasse il loro stato di salute. Singolare che però alla domanda: “Queste problematiche potevano causarle un serio pericolo per la salute fisica e psichica?” abbiano risposto “Sì” solo il 39,1 per cento delle italiane ed 32,6 per cento delle straniere. Stando alla fredda lettura dei dati, “si potrebbe affermare che in oltre i due terzi dei casi l’interruzione è stata effettuata contravvenendo i termini di legge” che parlano di “serio pericolo per la sua salute fisica o psichica”. Continuando a scorrere i numeri salta agli occhi che il 63 per cento delle donne italiane affermava che “la scelta di abortire era in qualche modo legata alla preoccupazione di non poter sostenere economicamente la nascita di un figlio”. “Il fatto che oltre la metà delle utenti adduca la motivazione economica come uno dei motivi che li spinge ad abortire – scrive il medico autore dello studio – risulta un dato estremamente allarmante”. Il dato, sottolinea la ricerca, è la spia di un sistema sanitario “incapace di accogliere e far fronte a situazioni dove, a seguito di motivi economici, si impedisce ad una mamma di potere proseguire la propria gravidanza contravvenendo a ciò che prevede la legge 194 all’art. 5”.
Un altro dato interessante
è quello che riguarda il numero di aborti effettuati per la preoccupazione che il feto possa essere portatore di anomalie: oltre il 30 per cento delle donne ha infatti dato questa risposta. Ancora più impressionante è la percentuale di chi ricorre all’Ivg per “difficoltà con il partner”: 55,3 per cento delle pazienti. Per quanto riguarda la discussione della propria scelta con il medico (sempre secondo i dettami della legge 194), solo il 67 per cento delle italiane (contro il 76 delle straniere) dichiara di averla effettivamente avuta e poco più della metà afferma di avere ”ricevuto proposte di percorsi alternativi”. Contraddice i termini della legge anche un’altra risposta data in maggioranza dalle pazienti dell’ospedale di Modena, in cui è stato effettuato lo studio: il 60 per cento delle italiane e il 62,8 delle migranti infatti ha affermato di desiderare un figlio in futuro: percentuali che salgono significativamente quando la domanda è se la decisione di abortire sia stata presa proprio perché si vuole un figlio più avanti arrivando oltre il 70 per cento. “In quest’ottica – osserva Crotti – l’Ivg diventa metodica per procrastinare la gravidanza e pianificarla in momento futuro apparentemente più idoneo. Ciò è però ben diverso da quanto prevede la legge 194/78”.
A sostegno di quanto appena affermato ci sono poi le risposte alla altre domande: la maggior parte delle donne infatti “non si sentiva sola a decidere”; quando ha chiesto assistenza è stata aiutata (93,6 per cento): sapeva della possibilità di poter partorire e far adottare o dare in affidamento il figlio (l’80 e il 71,6 per cento); nella stragrande maggioranza dei casi aveva “coinvolto il partner nella decisione” (oltre l’80%); nell’81,1 per cento dei casi (percentuale che scende al 59,5 per le pazienti non comunitarie) erano a conoscenza dei “diritti di lavoratrici e di madri”; nella totalità dei casi di minorenni, poi, i genitori erano a conoscenza della gravidanza della figlia.
Più dedizione per applicare la legge
Le conclusioni di questo lungo e approfondito studio, scrive Matteo Crotti, obbligano gli operatori del settore a porsi “alcuni interrogativi”. Un’alta percentuale di donne che interrompono la gravidanza è stata dal ginecologo pochi mesi prima. Di queste tutte hanno lo stesso tasso di utilizzo di metodi contraccettivi, il medesimo tasso di fallimento degli stessi e l’identica tendenza a ripetere l’aborto delle donne che non usano recarsi dal ginecologo periodicamente. “Da questa osservazione – conclude il documento – si potrebbe desumere che durante i controlli ginecologici si pone ancora troppa poca attenzione al tema della pianificazione familiare, e quindi alla contraccezione”. “Il fenomeno Ivg – prosegue il testo – è un fenomeno poco studiato, in evoluzione, estremamente drammatico per il singolo e per una società che continua ad avere uno dei tassi di natalità più bassi a livello mondiale”. Urgono campagne di prevenzione primaria e l’implementazione di presidi a sostegno della maternità. È infine dunque necessario da parte degli operatori del settore, sostiene Matteo Crotti nel suo studio, che vi sia “più dedizione ed attenzione di fronte alla paziente che ci chiede di abortire al fine di applicare alla lettera la legge sulla tutela sociale della maternità e sulle interruzioni volontarie della gravidanza”.
(a cura di Piero Vietti)
Il 60 per cento delle italiane e il 62,8 per cento delle migranti ha detto
di abortire perché voleva un figlio “in futuro”
Il 55,3 per cento abortisce per “difficoltà con il partner”, il 63 perché
non sa come sostenere il figlio, il 30 perché teme anomalie nel feto.
MATTEO CROTTI ha trentatré anni, è un medico ginecologo che opera a Carpi, in provincia di Modena. Sposato, con quattro figli, si è specializzato con una tesi sull’interruzione volontaria della gravidanza, frutto di una ricerca “sul campo”, unica del genere in Italia, durate tre anni presso il Policlinico di Modena.
Mi chiamo Claudia, ho trentasette anni, vivo a Vallo della Lucania, e vi voglio raccontare la mia storia!
Mi sono sposata nel 1990 a ventitrè anni con Gerardo, il mio attuale marito che allora ne aveva ventisei. E’ nato il primo figlio, Donato, nel 1991, che è stato la felicità più grande della nostra vita!
Dopo qualche anno, avendo avuto un esperienza così bella con Donato ed avendo un matrimonio molto solido e felice, abbiamo deciso di avere un altro figlio!
Era l’estate del 1994 ed io ebbi una fortissima infezione vaginale accompagnata da una forte cistite tanto che fui costretta a ricorrere a delle iniezioni di antibiotico, e ad ovuli e pomate.
In quel lasso di tempo nel quale stavo facendo questa cura molto lunga, mi acorsi di essere incinta. Il figlio era desiderato ma non in quel preciso periodo. Fui subito assalita da dubbi, ansie e paure: fu una settimana di ritardo molto angosciosa!
Fino a quando non feci il test di gravidanza che uscì positivo e fu una notizia che ci sconvolse la vita e ci buttò ancora di più nell’angoscia.
Si, eravamo giovani, avevamo l’altro figlio in buona salute, le probabilità che questo non nascesse sano erano poche, ma, presi dall’incertezza, avevamo già pensato all’eventualità di un aborto, anche perchè i medici di certezze non me ne davano, ed erano proprio quelle che io volevo!
Po, un giorno, incontrai il sig. Mario R., il quale, dopo aver scambiato poche parole in cui avevo esposto il mio problema, mi consigliò di rivolgermi al “Telefono Rosso”.
Mi risposero medici molto qualificati e competenti, con dei modi molto rassicuranti che mi misero subito a mio agio.
Esposi loro i fatti e mi furono fatte migliaia di domande: parlammo per più di un’ora.
Mi fecero capire con parole molto semplici a cosa andavo incontro. Quali erano le probabilità che mio figlio nascesse sano. Le probabilità erano 99 su 100, e l’1 percento? Chiesi io… <<Non glielo dà nemmeno Dio>>, mi risposero.
Mi rincuorarono molto, svanirono “in un certo modo” le paure e le ansie (anche se le ansie e le paure di una mamma non svaniscono mai, ci accompagnano per tutta la vita).
Mi afiidai nelle mani di Dio e così decidemmo di andare avanti con la gravidanza!
Prima di concludere devo dire che le parole che mi sono state dette dai medici del telefono rosso non mi sono state dette da nessun medico-ginecologo che io ho consultato.
Questi servizi di consulenza medica non dovrebbero mai cessare la loro attività perchè una parola può cambiare la vita!
Devo essere sincera, non so che decisione avrei preso se non avessi contattato loro: forse avrei abortito o forse avrei portato avanti la gravidanza, non lo so!
Quello che so è che mi sono stati di grande aiuto e che mi sento solo di dire: “grazie Telefono Rosso!”
Alla fine di questa mia storia che ha fatto maturare molto sia me che mio marito e che ha rafforzato di più il nostro amore, volevo dire che poi è nato Nico, un bambino sano, forte e bellissimo che ora ha otto anni e che insieme al fratello Donato, sono la cosa più bella della nostra vita.
Vallo della Lucania 8-10-2003
Claudia L e Gerardo I.
Gravidanzafelice.it: per chiarire dubbi e paure in gravidanza per l’assunzione di farmaci
Rilascio questa testimonianza al fine di ringraziare e far conoscere il “Telefono Rosso”, servizio gratuito di consulenza medica sui fattori di rischio riproduttivo, istituito presso il policlinico gemelli di Roma.
Nel dicembre del 1997, incinta di due mesi del primo figlio, tanto desiderato, feci le analisi di routine della gravidanza e mi fu riscontrata la toxoplasmosi.
L’analista, vedendomi molto agitata ed angosciata, nel tentativo di rincuorarmi, mi prospetto come soluzione l’aborto, dicendomi che era capitato anche ad un’altra donna poco tempo prima, la quale aveva abortito, ma poi era rimasta nuovamente incinta ed aveva avuto il bambino.Queste parole, lungi dal sortire l’effetto desiderato dall’anilista, mi gettarono ancora di più nello sconforto. Sia io che mio marito, nonostante il brutto colpo, le paure, i dubbi, le angoscie, non ci rassegnavamo all’idea di abortire il nostro bambino.Ci venne in soccorso un amico comune che incontrandoci chiese ragione del nostro evidente turbamento.
Venuto a conoscenza del nostro dramma, ci diede il numero del telefono rosso e ci disse di telefonare con fiducia perché avremmo avuto informazioni precise e corrette. E così fu.
La dottoressa che rispose ci disse di non preoccuparci e mi diede una cura adatta per la toxoplasmosi.
E’ venuta amo mondo così un bel maschietto, sano e forte che, per grazia di Dio, tuttora, a quasi sette anni gode di ottima salute.Vallo della Lucania, lì 03-06-2005
Laura R.
Testimonianza originale firmata visionabile presso la sede della nostra associazione.
Gravidanzafelice.it: per chiarire dubbi e paure in gravidanza per l’assunzione di farmaci
Tre ginecologi mi avevano consigliato l’aborto perché, senza sapere di essere incinta, fui sottoposta a tac alla testa con mezzo di contrasto dopo il ricovero in ospedale per una forta cefalea che mi aveva fatto svenire.Uno di questi mi disse che se qualcuno mi diceva di non abortire dovevo cacciarlo di casa perché il rischio che il bambino nascesse senza braccia o con un braccio più corto e l’altro più lungo era elevatissimo.
Sapevo dell’iniziativa “telefono rosso” perchè quando fui ricoverata, appena dopo che la TAC era stata effettuata venni a conoscenza casualmente che questa poteva danneggiare il feto. Mi ricordai allora di aver avuto rapporti completi con mio marito perché desideravamo un altro figlio.
Temendo di essere rimasta incinta, confidai questa mia pena ad un’altra ammalata che era amica di una persona che mi parlò del telefono rosso.
Dopo aver scoperto di essere incinta e dopo aver sentito i consigli a favore dell’aborto di questi medici, fui convinta dalla persona che sosteneva Telefono Rosso a fare una telefonata per sentire il loro parere.
Il medico che rispose, dopo avermi fatto una serie di domande disse che, o non ero ancora incinta quando subii la TAC o che, anche se lo fossi stata, la tac non aveva potuto danneggiare il concepito e non aveva aumentato il rischio riproduttivo di base.Rilascio questa testimonianza, a circa 8 anni dalla nascita del bambino, perfettamente sano, perché sia fatto conoscere il “Telefono Rosso”, in modo che altre donne non abbiano a soffrire come me e decine di migliaia di bambini, desiderati o no, siano salvati dalla morte.
Santa Barbara, lì 07-02-2003Maria Teresa G.
Testminonianza firmata in originale presso la sede dell’associazione.
Rilascio questa testimonianza, perché possa essere d’aiuto a tutte le donne tentate di abortire, perché, senza sapere di essere incinte, hanno fatto uso del farmaco “Menovis”.
Infatti, su consiglio medico, visto che non mi venivano le mestruazioni, feci tre fiale di Menovis, una ogni quattro giorni. Quando, dopo un’ecografia, scoprii di essere incinta, il ginecologo mi fece il certificato per l’aborto, perché secondo lui il bambino poteva nascere malformato.
Proprio il giorno prima dell’aborto venni a conoscenza da una persona, la quale lo aveva saputo dai medici del Telefono Rosso, che il Menovis non faceva aumentare il rischio che ogni donna ha di avere un bambino con qualche handicap.
E così è nato un bellissimo bimbo, Gerardo, sanissimo, che tuttora, ad oltre dieci anni, per Grazia di Dio, gode di ottima salute.
Centola (SA), lì 11.12.2004
Antonia Principe
Testimonianza di una signora che aveva assunto farmaci per patologie allo stomaco (Zantac) senza sapere di essere incinta
La sottoscritta, Petillo Giuseppina, nata a Stio (SA), il 050/05/1965 rilascia questa testimonianza al fine di evidenziare l’efficienza e l’importanza del Telefono Rosso.
Nel 1996 scoprii di essere incinta. Alla gioia dell’evento si aggiunse di lì a poco un’immensa e angosciante preoccupazione. In quel periodo io assumevo dei farmaci, a causa di alcuni disturbi allo stomaco, e leggendo il foglio illustrativo seppi che erano sconsigliati in gravidanza. Subito chiamai il mio ginecologo, che non alleviò affatto la mia paura. Il dottore, infatti, mi disse di informarmi bene in quanto c’era il rischio che il nascituro nascesse con delle malformazioni e non seppe darmi informazioni e delle spiegazioni molto chiare. La mia angoscia aumentava di giorno in giorno fino a quando venni a conoscenza dell’esistenza del TELEFONO ROSSO. Telefonai subito e fui rassicurata: non c’era alcun rischio per il nascituro nonostante l’assunzione di quei farmaci. Prova ne è stata la nascita (il 7 maggio 1997) di una bellissima e soprattutto sanissima bambina che oggi ha sette anni. Sarò per sempre infinitamente grata al TELEFONO ROSSO.Piano Vetrale (SA), lì 28/11/2004 Giuseppina Petillo
